20 maggio 2013

La schiuma dei giorni - Boris Vian

Avete mai provato ad associare un colore ad un libro? Sembra essere un trend molto diffuso.
In realtà io non ci avevo mai pensato finché non ho letto questo romanzo; ad un certo punto mi è parso quasi di non poterne fare a meno.
La schiuma dei giorni è un'esplosione di colori, un'accozzaglia informe di luce.
Ogni frase alterna fantasia e realtà, spruzzi a gradazione di vita.
Colin, il protagonista, passeggia su una nuvola, parla con un topo e suona il pianocktail con la stessa disinvoltura con la quale noi ordineremmo un cappuccino al bar. 
Boris Vian si cimenta in descrizioni improbabili alterando ogni regola della più sterile architettura; le stesse condizioni climatiche si deformano al volere dell'autore.
La macchina si era fermata davanti a un albergo sul bordo della strada. Erano sulla strada buona, liscia, screziata di riflessi fotogenici, fiancheggiata ai due lati da alberi perfettamente cilindrici, con l'erba verde, il sole, i campi con le mucche, staccionate tarlate, siepi fiorite, tante mele sui meli e mucchietti di foglie morte, un pò di neve qua e là per variare il paesaggio, e poi palme, mimose e pini del Nord nel giardino dell'albergo, e un ragazzino arruffato coi capelli rossi che guidava due pecore e un cane ubriaco. Da una parte della strada c'era vento, e dall'altra no. Potevi scegliere quello che ti piaceva. Soltanto un albero su due faceva ombra, e solo dentro il fosso di un lato della strada vivevano le rane.

19 maggio 2013

Esperimento di scrittura collettiva: giochiamo a raccontare!

(perché chi disse che la notte porta consiglio, non specificò mai che il consiglio fosse giusto!)

L'idea, malsana e bizzarra, è più o meno questa: partire da un incipit e, a turno, ogni partecipante seguiterà a scrivere un paio di righe o più portando avanti il racconto della comune.
Non ci sarà nessuno schema o argomento da rispettare, mi piace l'idea che la storia possa prendere una piega autonoma e totalmente inaspettata.
Non so cosa ne verrà fuori ma me ne assumo, fin da ora, ogni sorta di responsabilità!


18 maggio 2013

Tutto quello che devi sapere per pubblicare (e vendere) il tuo e-book di Alberto Forni

Nel caso abbiate svolto meticolosamente l'esame di coscienza di cui all'articolo precedente e siate ancora convinti di essere posseduti dallo spirito del maestro Shakespeare, non vi resta altro da fare che estrarre dal cassetto il prezioso manoscritto e diffondere il verbo: pubblicare il vostro libro.
La situazione è complessa perché, se è vero che per scrivere un buon testo il talento è importante, la stessa dote non è elemento essenziale (e decisivo) per un eventuale diffusione in pubblica piazza.

Come risolvere allora questo gap meritocratico?
Ce lo spiega Alberto Forni nella sua guida all'autopubblicazione.
Tutto quello che devi sapere per pubblicare (e vendere) il tuo e-book.
Mai titolo fu più esplicativo.


17 maggio 2013

Nuotare sott'acqua e trattenere il fiato - Fitzgerald & co.

Fitzgerald, again. Questa volta in vesti completamente revisionate.
Abbandoniamo gli sfavillanti ricevimenti di zio Gatz e affondiamo mani e piedi in quel mondo fascinoso (e sovrappopolato) che rappresenta la scrittura.

Consigli a scrittori, lettori, editori.
La passione, l'estro creativo, il richiamo interiore, il fuoco sacro; ogni scrittore esprime attraverso elaborate metafore il proprio bisogno di appuntare, di trascrivere, di comunicare. 


Non stiamo tanto qui a raccontarcela: scrivere è una cosa seria. In ogni campo. In ogni genere.
Non basta aver subito una tragedia familiare per elaborare un romanzo drammatico e saper raccontare barzellette non vuol dire essere in grado di scrivere un libro divertente.
Scrivere è un mestiere che va fatto con cognizione di causa e aggiungerei anche, a gradimento, un bagaglio culturale abbastanza fornito.
Il talento è importante, una dote imprescindibile, ma oltre a questo c'è altro, tanto altro, da tenere in considerazione.
Con questo non voglio amputare desideri e speranze di milioni di autori in erba però, per favore, siate obiettivi e non prendetevi troppo sul serio; anche a me piace scrivere ma questo non vuol dire che vado in giro a sfoggiare una S sul petto.

Torniamo al tema però, torniamo in acqua.


16 maggio 2013

Che vuol dire questa frase, pregar Dio?

V'è un infinito all'infuori di noi? 
E non è questo infinito uno, immanente e permanente? 
Non è necessariamente sostanziale in quanto se la materia gli mancasse, sarebbe limitato; e necessariamente intelligente, poiché è infinito e, se gli mancasse l'intelligenza, sarebbe in quel punto finito?
Codesto infinito non risveglia forse in noi l'idea d'essenza, laddove non possiamo attribuire a noi se non l'idea d'esistenza? In altre parole, non è adesso l'assoluto, di cui noi siamo il relativo?
E mentre v'è un infinito fuori di noi, non v'è un infinito in noi? 
Questi due infiniti (quale spaventoso plurale) non si sovrappongono forse l'uno all'altro? 
Non è il secondo infinito, per così dire, soggiacente al primo? 
Non è lo specchio, il riflesso e l'eco di esso, abisso concentrico ad un altro abisso? 
E quel secondo infinito, è esso pure intelligente? Pensa, ama, vuole? 
Ma se i due principî sono intelligenti, ognun d'essi ha un principio volente e v'è un io nell'infinito di lassù, come un io nell'infinito di quaggiù. L'io di quaggiù, è l'anima; l'io di lassù, è Dio.
Mettere, per mezzo del pensiero, l'infinito di quaggiù in contatto coll'infinito di lassù, è quello che si chiama pregare.